Eleanor Oliphant sta benissimo. Ma non è felice.

La vita. Quella roba sorprendente e bastarda, che è la ragione dei nostri respiri.

Eleanor Oliphant sta benissimo. Ma non è felice.
Ovvero: la seducente morbidezza della solitudine.


La sottile gioia di un telecomando tutto per noi, le abitudini che diventano salde sicurezze. Non sentirsi criticate, almeno fra le pareti domestiche, avere spazio, aria, una piantina che curiamo e che ci dà l’affetto sufficiente a non sentirci in colpa se la abbandoniamo per uscire a lavoro ma piacevole da ritrovare al nostro rientro.
E poi il lavoro, quello di sempre, stabile, senza scosse. I rapporti umani ridotti al minimo indispensabile. I sorrisetti e le battute alle nostre spalle, che fingiamo di non capire.

Dopotutto, se si sa dribblare bene, se ci si accontenta, se si assapora il poco e non si sogna in grande, diventa accettabile la vita. La vita delle piccole cose:

Poiché non sono vanitosa, mi limito a tagliarle con un paio di forbicine quando diventano troppo lunghe per digitare agevolmente sulla tastiera del computer, e poi limo gli angoli aguzzi, così da non lacerare il tessuto o graffiarmi fastidiosamente la pelle quando mi faccio il bagno. Finora è stato perfettamente adeguato. Le mie unghie sono sempre pulite: le unghie pulite, come le scarpe pulite, sono fondamentali per il rispetto di sé. Pur non essendo né elegante né alla moda, sono sempre pulita, e così, almeno, posso tenere la testa alta quando, per quanto senza esaltazione, occupo il mio posto nel mondo.

Eleanor Oliphant, in fondo, sta benissimo. Non le manca niente.
Si basta. Si controlla e si trova accettabile nella sua “medietà“. Perché sfidare la vita e chiedere di più? Perché calcare sull’acceleratore e magari sbandare?

Eccomi qui: Eleanor Oliphant. Capelli lunghi, lisci, castano chiaro, che mi scendono giù fino alla vita, pelle chiara, il volto un palinsesto di fuoco. Un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi. Orecchie: niente di eccezionale. Altezza più o meno nella media, peso approssimativamente nella media. Aspiro alla medietà… Sono stata al centro di fin troppa attenzione in vita mia. Ignoratemi, passate oltre, non c’è nulla da vedere qui.

Perché la vita non è calma. Perché la vita non è sicurezza. Perché il dolore, una volta che l’hai provato spaventa da morire ma accettare che potrebbe ritornare è l’unica via per trovare la Bellezza e l’Amore. Che non è solo quello romantico, ma anche quello forte e sincero dell’amicizia. L’Amore verso quella indistinta e sconosciuta folla di individui che attraversano insieme a noi ai semafori, che fanno la fila al supermercato, che litigano, lottano, cercano di resistere e di vivere finché possono, più che possono, al meglio che possono.

Eleanor Oliphant sta benissimo, ma non è felice. Qualcosa manca, traballa. La vita, come un bianconiglio, chiama e seduce più della tranquillità.

“Sul mio cuore ci sono cicatrici altrettanto spesse e deturpanti di quelle che ho in viso. So che ci sono. Spero che resti un po’ di tessuto integro, una chiazza attraverso la quale l’amore possa penetrare e defluire. Lo spero.”

Ho adorato questa donna. Non da subito. All’inizio ti chiedi perché stai continuando a leggere quelle pagine dove la protagonista è pure antipatica. Risponde senza ironia, osserva il mondo con distacco, non cede. Poi ti ritrovi a non riuscire a lasciare il libro, a volerne di più, di quel nulla apparente, di quella vita che non scorre eppure cambia. E inizi a chiederti quanto di te ci sia in lei. Quanto sia facile chiudersi e quanto difficile aprirsi.

Ti chiedi se sia giusto scegliere la tranquillità senza scossoni o ancora, nonostante le batoste, le cadute, cercare il bello, il buono, il sorprendente di questa vita, accettando il dolore, altre cadute, le scelte altrui che a volte sembrano schiaffeggiarti pesantemente, riportandoti con i piedi per terra e rivelandoti che l’egoismo potrebbe rompere un rapporto, che la spietatezza fa parte dell’animo umano, che la vita – quel bianconiglio che seduce – a volte tradisce.

C’è bisogno di coraggio, lo dobbiamo ammettere. C’è bisogno di una dose di coraggio così grande che per averlo ci si deve impegnare qualche cosa, come si faceva un tempo con l’oro o i gioielli preziosi, in cambio di coraggio diamo via la sicurezza, cediamo in tranquillità, rinunciamo alla consolante routine che riscalda quel poco che basta ad arrivare a domani.

“Lo guardò con tanto amore che dovetti girarmi dall’altra parte. “Almeno so che faccia ha l’amore”, mi dissi. Non è cosa da poco. Nessuno mi aveva mai guardato così, ma sarei stata in grado di riconoscerlo se qualcuno l’avesse mai fatto.”

Per avere coraggio si deve aprire la porta di casa e salutare il vicino, sperando che ricambi. Se lo fa, un po’ di quel balsamo inizierà a scorrerci nelle vene, rendendoci cautamente più sicuri, un po’ più arditi. Allora magari riusciremo a chiedere a un* collega se ha voglia di bere un caffè. Da lì a cambiare taglio di capelli e forse – follia! – colore, è un passo.

Credo valga la pena.
Nonostante il dubbio. Al di là del dolore che va messo in conto e che arriverà, puntuale come la neve sulle cime, altrettanto freddo e difficile a sciogliersi.

Eppure quei passi, piccoli, difficili, terribilmente stancanti, sono l’unica via verso la Vita.

Quella roba sorprendente e bastarda, che è la ragione dei nostri respiri.

Ho letto questo libro superando la mia proverbiale riluttanza nei confronti dei “fenomeni” o best seller che dir si voglia. Soprattutto ero nauseata dalle centinaia di foto su Instagram piene di fiammiferi. Eppure, anche grazie ai suggerimenti delle ragazze del book club che ho fondato, ho voluto – appunto – andare oltre. Superare i propri limiti, anche se banali, regala sempre qualche bell’esperienza. Non mi sono pentita di averlo letto e sono contenta di aver superato un mio piccolo scoglio. (Anche se continuo a storcere il naso alle invasioni della stessa copertina su tutti i profili Insta-glam).

La protagonista resta coerente con se stessa, anche se fa dei piccoli passi verso una vita che si apre alla temibile e sempre poco rassicurante “gente”, la sua storia personale si svela dolcemente. L’autrice non pretende di insegnare niente – cosa che apprezzo sempre moltissimo – non dà lezioni di vita, non “motiva”. Racconta un piccolo universo fatto di infinitesimali gesti che sono importanti per ognuno di noi e che acquistano più valore quando si è soli. Anche nell’errore. Racconta di chi sbanda, di chi ha bisogno d’aiuto. Non c’è un’eroina, non c’è vincitore. C’è la vita.

Consiglio la lettura a chi è in quel momento in cui tutto sembra calmo ma sotto, appena percettibile, c’è qualcosa che si muove, un moto dell’anima che non è felice. In quei momenti in cui si cerca il cambiamento. Non quello drastico del “cambio vita”, ma quello che ci porta a restare più in linea con noi stess*.

A coloro che sono fermi da troppo tempo, a chi si sente ai margini di una società che pare avere codici a noi sconosciuti. A chi osserva dalla finestra, a chi sente di aver smesso di sognare. A coloro che non cercano i fuochi d’artificio, ma una serena tisana condivisa. A chi pensa che non valga la pena ma non è proprio sicur*.

A chi sta benissimo. Ma non è felice.


“Eleanor Oliphant sta benissimo”
di Gail Honeyman
ed. Garzanti
352 pagine
Traduttore Stefano Beretta

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