Fallire? Si può. – Quasi elogio del fallimento.

Fallire si può - sasbellasmariposas.com

Ho voluto parlare di fallimento, di perdenti, di cadute. Perché, ti chiederai, inizio parlando proprio di perdenti? Perché è proprio lì che mi trovo, ahimè. In quell’angolino poco illuminato in cui si finisce quando qualcosa va storto. Quando la via intrapresa non si rivela quella che si sperava. Esattamente in quel momento in cui si realizza che si è dato tutto e si è, quindi, perso tutto.

O quasi.

Quella sensazione di non avere più nulla da dare, di aver detto tutto ciò che si poteva dire, di aver sbagliato quasi ogni cosa. Quella porta aperta, davanti a noi, che non si riesce a varcare perché pensiamo di non averne più la forza.

L’idea di parlare di fallimento è rafforzata dopo la visione di una serie trovata per caso su Netflix. Si chiama, appunto, “Losers”, perdenti. Sapevo che avrei trovato qualcosa, uno spunto, una luce. Sono storie di sportivi e in un primo momento – data la mia distanza da quel mondo – ho pensato che forse sarebbe stato noioso. Ma per fortuna sono andata oltre il pregiudizio. E ho scoperto la storia di Michael Bentt, un pugile che non voleva fare il pugile. Un uomo che ha lottato, nel vero senso della parola, per gran parte della sua vita.

E ha vinto.

E ha perso.

E dalla sconfitta, dalla cocente delusione, si è rialzato. La prima volta riprovandoci e vincendo ancora. Dopo la seconda sconfitta, ancora più dolorosa, ha accolto da quel fallimento il vero insegnamento. Cioè che fare il pugile non era la sua vocazione.

Forse, quando falliamo, la vita ci sta dando un’opportunità. Quella di verificare se il percorso sia quello giusto. Quella grande, potente, battuta d’arresto a volte è lì per dirci che se andiamo avanti per quella strada potremmo lasciare indietro la parte vera di noi stess*.

Nel fallimento, nel gradino più basso, in penombra, mi chiedo se questa grande occasione non sia quella di guardare dentro me stessa e ammettere, finalmente, che prima dell’accettazione sociale, prima delle pacche sulle spalle di chi è felice perché stai facendo ciò che ci si aspetta da te, non ci debba essere la pura, semplice, cristallina gioia di fare ciò che si ama e che ci fa star bene.

Ma il fallimento è anche dolore. Sì. Bruciante, inaspettato, come una sberla forte che ti manda k.o. (per restare in tema sportivo).

Perché è inutile negarlo: fa male. Non voglio fare l’elogio del fallimento come se fosse piacevole viverlo. Evitarlo sarebbe bello, non avere ferite, non cadere, percorrere una strada sempre liscia, senza intoppi; chi non vorrebbe? Ma non è così che funziona – a quanto pare – e se dolore deve esserci, almeno che serva a qualcosa.

Non credere a chi ti dice il contrario. A tutte quelle storie di risalita con un balzo. Fallire fa male perché rimette in discussione tutto ciò che sei stat@ fino a quel momento. Perché ti fa tremare le gambe al pensiero di ricominciare e affrontare nuovamente tutto da capo. Perché devi guardare in faccia le persone che ti vogliono bene e dire loro che non ce l’hai fatta, pensando di deluderle un poco.

Fa male perché generalmente lo si affronta in solitudine. Per imbarazzo, forse, o per orgoglio. Perché nessun@, in fondo, in questo mondo di (apparenti) vincenti, ti insegna come ci si rialza. Ti dice che va bene, che può capitare.

Ma rialzarsi si può. Ci vuole una dose di coraggio che molte persone credono di non possedere. Ci vuole l’accettazione e la voglia di guardarsi dentro per capire dove la nostra bussola interiore ci sta indirizzando.
E la capacità di avere fede in quella bussola.

Poi, finalmente, ripartire.

Se sei su quel gradino basso, ti dico: non sei sol@, mantieni le forze e credi nelle seconde possibilità (e terze e quarte e milionesime). Se stai risalendo, sono lì, accanto a te, che faccio il tifo.
Se ho parlato di qualcosa che, invece, non ti ha mai sfiorato, spero di averti dato una visione diversa della vita, quella che osserva chi è caduto un pochetto più in basso e che guarda a te come punto da raggiungere. Tendi la mano e sarete più felici in due. Non dare mai niente per scontato e non pensare che chi fallisce non ci abbia provato abbastanza. A volte ci si prova, si mettono dentro un progetto, una relazione, un lavoro, un’amicizia, tutte le proprie forze e si fallisce ugualmente. Perché non è la buona volontà che conta – non solo – ma una serie di variabili di cui spesso non sappiamo niente.

Dalle storie di Losers ho imparato che la differenza la fa l’accettazione dei propri fallimenti. Il guardarsi dentro senza sconti, senza giustificazioni ma anche con tanto amore verso se stess*. E aggiustare il tiro. Ricalibrare.

Io, per conto mio, sto ancora un po’ in silenzio, ad osservare quella piccola fiammella che mi illumina, dentro***. È lieve, delicata, spesso ho paura che un colpo di vento troppo deciso la spenga. Non è accaduto nonostante forti venti di maestrale e quindi la mia bussola dovrà tenerne conto. Io dovrò tenerne conto. E se è capitato anche a te, non sottovalutare quella piccola fiammella che ancora illumina. Vuol dire che sei forte abbastanza per guardare alla risalita. Io ascolterò cosa ha da dirmi e cercherò di capire cosa io possieda di utile per riprendere la strada. Inoltre, se c’è un motto che posso dir vero è che ciò che non uccide, fortifica. Quindi sicuramente saremo più preparat* e se prima pensavo che si debba andare avanti un passo alla volta, ora sta sorgendo in me l’idea che se sarà necessario sporgersi e fare un balzo, saprò farlo.
Dopo una caduta da un punto molto alto, non si ha di certo paura di sbucciarsi un ginocchio per un piccolo balzo.

{Augurami buona fortuna!}

Ti lascio con qualche consiglio in tema, e un abbraccio pieno di energia buona, grazie per aver ascoltato i miei pensieri.
Felice cammino, ovunque tu stia andando,
Gabriella

Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

Letture consigliate:

“Buona vita a tutti” di J. K Rowling

“E così il fondo che avevo toccato diventò la solida base su cui ricostruii la mia esistenza.”

Durante il discorso che ha tenuto per la cerimonia di Harvard, J.K. Rowling ha spiazzato tutti parlando di fallimento. A quelle menti che si preparavano ad affrontare il futuro, cariche di positività e voglia di mangiarsi il mondo, ha spiegato che per lei il fallimento è stata la vera forza. 

“Quando siete felici, fateci caso” di Kurt Vonnegut

Perché c’è sempre il rovescio della medaglia e a volte solo dopo aver fallito ci rendiamo conto di ciò che ci rende davvero felici. Che sia una limonata – nella storia che dà ispirazione al titolo di questo libro – o qualcosa di più, imparare a soffermarsi è fondamentale per capire cosa sia davvero importante ed evitare di perderlo.

Visioni:

“Losers” – Netflix

Il fallimento come esperienza positiva. La fatica della risalita, l’accettazione ma anche la tenacia di chi sa che per anni ha perso ma vuole continuare a provare. Per il bello del mettersi in gioco, perché la vittoria non è l’unica possibilità. A volte il bello è davvero partecipare, esserci, assaporare il momento. Ma può essere anche il modo per capire che quella non è la nostra strada.

Musica:

*** This little light of mine – Sam Cooke

La versione che ho scelto di ascoltare è quella di Sam Cooke. Ma ne esistono di bellissime. Da Bruce Springsteen a quella toccante e dolcissima che è inserita nel film “Corrina Corrina” diretto da Jessie Nelson. Un inno alla propria luce interiore. Lascia che brilli, sempre.


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