Liberati della brava bambina – ce la puoi fare.

Liberati della brava bambina - si può!

Sono stata una brava bambina.

Non ho ben chiaro come sia accaduto che io abbia capito che la storia che ci raccontavano non fosse quella vera. Per storia non intendo solo quella con la maiuscola. Ma – anche – tutta quella roba che riguarda il comportamento, cosa sia giusto e cosa sbagliato, come ci si deve comportare e quando non rispondere, che non sta bene.


Le regole erano chiare. Spesso dette esplicitamente, altre volte intuite per un sopracciglio alzato, per uno sguardo di rimprovero, per il silenzio imbarazzato.
Un po’ lo sappiamo tutt* quali sono: non ridere troppo perché sembri stupida, siediti composta, non rispondere agli adulti perché ne sanno più di te, non interrompere, non mostrare rabbia, – sei una bambina! – non alzare la voce, non fare tardi che non sta bene, non giocare con i maschi, stai tranquilla. E più da grande, non truccarti troppo perché sembri una ragazza facile, non mettere gonne troppo corte, non farti vedere in certi luoghi perché altrimenti ti rovini la reputazione. Non andare in viaggio da sola. Non uscire la sera tardi.


C’era poi quella sottile ironia sulle “cose da maschi” che una donna non avrebbe certo saputo fare. C’era quel “sono cose da donne” che comprendeva una varietà infinite di cose noiose e pesanti da fare – le pulizie, l’accudimento, la spesa, le rinunce a certe uscite perché non sta bene – che colpivano solo le femmine. E c’era il silenzio, il non detto. Perché lamentarsi era da ingrate.

Ricordo una suora, in terza elementare, che dopo il catechismo – che non ho mai amato particolarmente già di suo – ci teneva mezz’ora in più, a noi bambine, per spiegarci cose che non capivamo e che dopo quelle mezz’ore erano ancora più intricate. Ricordo un pomeriggio di essere tornata a casa di aver chiesto a mia madre cosa volesse dire la parola “frivola”. Perché per mezz’ora la suora ci aveva detto che non dovevamo esserlo. Noi annuivamo docili, non capivamo niente e volevamo uscire in fretta.

"Lei ha il diritto di scegliere per sé il ruolo che preferisce. La realizzazione personale è, appunto, una faccenda unica, diversa per ognuna, e non esistono regole applicabili alla perfezione per tutte."

Il cambiamento

Il primo segno, forse, che qualcosa non era così come me la raccontavano, fu una volta in classe alle medie. Un mio compagno se ne uscì con una battuta violenta e sessista. Di solito noi ragazze arrossivamo e ci sentivamo piene di vergogna perché se di certe cose le ragazze non devono parlare, perché non sta bene, allora anche rispondere non era possibile, perché l’argomento lo si sarebbe toccato comunque. Non dico che non ci fossero ragazze che non rispondessero a tono, ma erano considerate sicuramente poco fini, non educate. Le “brave bambine” non le facevano quelle cose.

Ci pensò il professore, supplente in quel giorno. Il mio ricordo ora è falsato dall’aura luccicante e il mantello da eroe che gli ho affibbiato. Fermò la lezione, si avvicinò al mio compagno e iniziò a chiedergli di spiegare meglio. Il ragazzino, probabilmente ignorante anche se sicuro di aver detto una cosa divertente, ammutolì. Il professore allora iniziò a parlare di rispetto verso le donne.
Fu la prima volta in assoluto che una persona, addirittura un uomo, parlasse così chiaramente e dicesse le cose come stavano.

Non che le cose cambiarono, eh. No, rimase tutto uguale. Ma non importa, perché stavo cambiando io. C’è stato poi un lungo salto. Non capivo perché, se le donne erano così intelligenti come io sapevo, fossero anche così poco nominate, così poco presenti in letteratura, in storia, non facevano niente di interessante.

"Non sarà una persona rassicurante, cioè prevedibile, ma obbligherà a essere autentici, a far cadere davanti a sé le maschere. E chi è in grado di far cadere le maschere può fare paura, perché fa emergere tutto ciò che si preferisce nascondere."

C’è stata poi la lettura illuminante di Virginia Woolf, con “Una stanza tutta per se”, ne parlo nel post dove introduco questa nuova sezione del blog, che si chiama “Femminile”.

Sicuramente da allora ho cominciato a interessarmi alle letture che mi offrivano un punto di vista femminile, ma non solo. Ho voluto ascoltare le voci di donne non – solo – in quanto donne, non perché fornissero una nuova visione, ma perché la nostra voce sembra sempre essere meno autorevole, sommessa. Un modo come un altro per riequilibrare le mie letture che, purtroppo, fino a un certo punto pendevano scandalosamente dalla parte maschile.
Pensiamoci bene, quando ci chiedono un titolo, un classico, un libro autorevole, è il nome di una donna quello che ci viene in mente?

È come se nella propria famiglia si conoscessero solo i nomi e le vite dei parenti maschi. Pare possibile?

Ovviamente – mi pare superfluo specificarlo – parlo di scrittrici, saggiste, storiche eccetera che sono competenti, brave nel loro mestiere, autorevoli. Ma se sento il bisogno di specificarlo è perché la domanda che mi viene posta di solito è: e se non se lo meritano? Credetemi, per ogni uomo intelligente, preparato, bravo nel suo mestiere (e ce ne sono tantissimi), ci sarà una donna altrettanto brava, intelligente, preparata. La mia scelta è nata non per odio verso gli uomini – a dire il vero mi piacciono! – ma perché le donne non trovano spazi.

Libri “rosa” o “femminili”

Vorrei anche spendere una parola sui libri che vengono considerati “femminili” con un’accezione che non mi trova in accordo, cioè quasi di infantile vezzeggiativo. I romanzi, prettamente incentrati sulle storie d’amore possono essere certamente una lettura più leggera di un saggio storico ma:

• Punto primo, non è detto che siano sempre scritti da donne (vi sorprenderebbe sapere quanti uomini li scrivono sotto pseudonimo)
• Non sempre siamo disposti a passare il nostro tempo inserendo nozioni su nozioni dentro il nostro cervello.
• Non sottovaluterei nemmeno per un istante la potenza che questi libri hanno sul progresso della vita delle donne e la loro emancipazione.


I romanzi hanno veicolato una figura di donna che nel tempo è cambiata e chi li legge ha assimilato il cambiamento. Nei romance attuali leggo di donne che principalmente vogliono realizzarsi e non rinunciano all’amore, ma nemmeno piegano la loro vita ad esso, a quell’immagine fantastica e irrealistica in cui si è sempre felici, in cui volersi bene basta e si può rinunciare ai propri sogni pur di avere un uomo a fianco.
Ci sono romanzi che aprono all’amore che non è più quello eteronormato e che finalmente presentano una realtà varia, libera, multi sfaccettata.

Libri che parlano del femminile, quindi, non sono libri impegnati nell’attivismo femminista, ma anche solo storie che ci permettono di vedere una visione del mondo diversa da quella raccontata fino a ora.

"Elena mette ogni donna di fronte al fatto che non esiste davvero una vita perfetta: esistono vite autentiche e vite inautentiche, cioè vite percorse seguendo il cuore e vite percorse cercando di reprimere costantemente i propri desideri."

Liberati della brava bambina

A proposito di narrazioni differenti, ecco che mi riallaccio all’ultimo libro di questo filone (mio personale filone, ovvio), che ho finito di leggere – anzi no, di ascoltare! – poco tempo fa.
Si tratta di “Liberati della brava bambina”, appunto, di Maura Gancitano e Andrea Colamedici.

Quella bambina che conosciamo tutt* e di cui parlavo all’inizio di questo post, cresce e si rende conto che non le hanno raccontato le storie giuste. Che nella narrazione manca, appunto, quella del punto di vista femminile.
Difred, la protagonista del “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, Daenerys, una delle protagoniste di Games of Thrones, Morgana, Medea, Era, Malefica, Dina la figlia di Giacobbe che trova il suo spazio narrativo nel libro “La tenda rossa” scritto da Anita Diamant. Elena di Sparta (e scopriremo, durante la lettura, perché non sia propriamente corretto dire che fosse “di Troia”).

Le loro storie ci vengono narrate dal loro punto di vista, da quel punto che solitamente manca. Ci viene anche offerto uno spunto di riflessione in più, un’analisi. Soprattutto su Difred e Dina ho trovato molti argomenti interessanti. Il mondo visto da una prospettiva nuova. Il patriarcato che fonda regole che poi non è capace di rispettare. Perché chi decide cosa debbano fare le donne, come si debbano comportare, cosa sia giusto o sbagliato per loro, raramente riesce a vivere in un mondo in cui, a causa di quelle regole, loro stess* non possono avere libertà.


La lettura – o meglio, l’ascolto – è stato molto piacevole. Credo sia un buon libro e aiuta coloro che non hanno bene in mente cosa sia quella sensazione di disagio che molte donne provano, quella rabbia inspiegabile, quel credersi fuori posto nel mondo. Viene, infatti, trattato un argomento che fa da filo rosso e cioè il “problema senza nome”.


Il problema senza nome è una definizione che nasce da uno studio della scrittrice e attivista Betty Friedan. Nel suo saggio “La mistica della femminilità” descrive quel genere di malessere senza apparente motivo di cui soffrivano le donne, casalinghe, spesso benestanti, dell’America degli anni ’60. Il problema è complesso e la teoria imputa a questo malessere, all’uso di alcool, alla necessità di psicofarmaci delle donne, a una mistica della femminilità che ha portato le donne a doversi misurare con un modello che le vedeva (ma davvero parliamo al passato?) complete solo come mogli, madri e perfette padrone di casa.

A questo tema si rifà “Liberati della brava bambina”, mostrando come la teoria della “brava donna” sia solo il frutto di una narrazione parziale, volutamente paternalista e dannosa per la società tutta.

L’altra parte della storia

Così Malefica ha la sua storia da raccontare – come nel film di Robert Stromberg – e ci dice che la rabbia, la vendetta, se anche non sono giuste possono però avere un senso e derivare da qualcosa. Ci dice che le donne possono sentire rabbia che non appartiene loro ma che appartiene alle donne che l’hanno preceduta. Perché, parliamoci chiaramente, ognuna di noi si porta sulle spalle non solo la propria vita, ma quella di tutte le donne che hanno lottato, rinunciato, vinto e perso, che si sono viste rifiutate in quanto donne in un posto di lavoro, che non sono state prese in considerazione nei loro ruoli, che hanno dovuto dimostrare di essere autorevoli. E per farlo hanno impiegato il doppio delle forze normalmente necessarie agli uomini.

Le donne raccontate in questo libro ci donano una nuova versione della Storia e delle loro vite, aprendo un varco su quella che è la vita e la storia di chi legge.

Per una persona che abbia letto molti saggi sull’argomento, probabilmente non potrà risultare sorprendente, ma “Liberati della brava bambina” ha per me il pregio di avere un linguaggio semplice eppure di riuscire a trasmettere concetti non semplici. Soprattutto non semplici da accettare per una donna che abbia interiorizzato un concetto di femminile e di società che fa riferimento a quello descritto da Betty Friedan.

"Anche se non l'ha vissuto in prima persona, porta dentro di sé la memoria di tutto quello che le altre donne hanno subìto nel corso della storia a causa del proprio bisogno di essere libere e realizzare se stesse."

La strada è lunga, ahimè. Anche perché, come dicevo nel mio precedente post, sembra che molte donne debbano percorrerla da sole e che non possano attingere ad un percorso comune, inserendosi laddove le altre sono già arrivate. Ma si parte sempre da zero, dalla propria esperienza. Credo che questo dipenda sempre da quella mistica di cui sopra, per cui le donne non sarebbero capaci di fare gruppo, di organizzarsi ma sarebbero sempre in preda a un’invidia e a una lotta “per il maschio” che le vede sempre su fronti diversi.


Non credo a questa narrazione. Certo ci sono donne di questo tipo. Ci sono donne capaci di sfruttare e tradire altre donne. Ma non credo che questa sia la norma. Ho avuto modo di vedere donne collaborare, volersi bene, pensare alle altre prima che a se stesse.
A loro voglio ispirarmi, a loro fare riferimento.
Si può. Lo garantisco.

Tutte le citazioni contenute nelle immagini di questo post sono tratte da “Liberati della brava bambina” di Maura Gancitano e Andrea Colamedici – HarperCollins editrice

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